CRITICA

                          

PLASTIC WRITINGS
testo: Rino Cardone
E’ plastics  writings, ossia scritture plastiche, il termine con il quale ci piace definire le più recenti opere di Salvatore Comminiello: nelle quali l’uso delle pellicole d’acetato e delle lacche (consistenti in materiali plastico-sintetici) fanno da texture segnica, in pratica da struttura portante, da trama cromatica, di una fitta manualità pittorica ed espressiva che sembra affondare le sue “radici inconsce” nell’arte calligrafica di Mark Tobey (1890-1976).Dobbiamo immediatamente sottolineare però che la pittura di Salvatore Comminiello si pone come superamento totale di quell’esperienza surrealista-astratta americana che teorizzò la pittura all over, vale a dire la pittura tonale, e che fu importante perché mise le basi al sorgere dell’action painting, della pittura gestuale, della pittura d’azione, di forte matrice metropolitana, di Jackson Pollock.
Le uniche due correlazioni possibili, ed inequivocabili, tra le white writing, tra le scritture bianche, di Mark Tobey e le più recenti proposte pittoriche di Salvatore Comminiello, sono da rintracciare: nella formula espressiva adottata dall’artista lucano (e in altre parole in quel suo oggettivo rimando alla natura calligrafica che fu della pittura del genio americano del Wisconsin) e nella comune visione globalizzante dell’arte (capace questa di accomunare, idealmente, l’oriente con l’occidente) adottata dai due.
La “sublimazione immaginifica” effettuata da Salvatore Comminiello rispetto alla precedente esperienza americana, sta in ogni caso nell’avere “caricato” il segno di valore sia storico (e quindi contemporaneo) sia semantico (e quindi di rappresentazione figurale) agendo su tre livelli ideativi: quello semiotico e strutturale (ovvero sia sul contenuto della proposta), quell’iconologico (ovvero sia sulle modalità di descrizione) e infine su quello psicologico e cognitivo (ovvero sia sui “risvolti interiori”, individuali, della comunicazione).
In breve possiamo affermare che la scrittura segnica di Salvatore Comminiello tende all’appropriazione completa del simbolo, inteso nella sua visione d’archetipo e quindi di modello ideale e primigenio cui si rifanno tutte le cose sensibili. Al contrario le scritture bianche di Mark Tobey, così fortemente spirituali per quanto le concerneva, seppure mosse da un analogo afflato dinamico-meditativo, si basavano esclusivamente sul segno e sull’elemento calligrafico (e non sul simbolo come in Salvatore Comminiello) e su una prospettiva che non era totalmente distrutta, ma – come lui stesso affermava – “ribaltata” e “frantumata” (resa in pratica essenziale e scarna), attraverso una lavorazione ritmica sia della linea, sia della forma. 
Il “tessuto iconografico” di Salvatore Comminiello, che invece rimanda ad una prospettiva geometrica primaria fluttuante (lavorata vale a dire intorno alla rappresentazione del cerchio e dell’ovale), affonda le sue radici nella visione ierostorica (sacra, mitologica) della cultura: a qualsiasi latitudine essa appartenga. Ecco pertanto affiorare dai suoi quadri figure zoomorfe, “microsegni magici” e “minimali forme astratte”, ci piace dire “senza destinazione, né luogo”, che in una sorta d’ideale “comunanza partecipativa” appartengono all’umanità intera: agli Algonchini dei Grandi Laghi d’America, agli abitanti dell’isola di Pasqua e agli indigeni delle estreme località della foresta amazzonica. Si scorgono, pertanto, in questi lavori pesci, alberi, strani geni e folletti (collegati alla nostra memoria dell’infanzia), “segni etnici”, ideogrammi e più o meno evidenti richiami astratto-visuali alla natura, che in un processo d’empatia (e quindi d’identificazione emozionale collettiva) potremmo ritenere come quel che resta della comune lingua figurale che precedette la divisione babelica dell’uomo. Senza soffermarci ora sul concetto d’allargamento del “genius loci” adottato da Salvatore Comminiello (senza approfondire, in pratica, la maniera come l’artista delle plastics  writings riesca a mettere in evidenza quel sottile “filo rosso” che unisce tutte le culture), andiamo ora a valutare la sua tecnica pittorica: basata sull’uso di nuovi medium, sulla manipolazione dei materiali, sull’impiego del fuoco e sull’effetto stilistico di casualità e predominio.
L’artista è in pratica in grado di governare la materia con buona maestria. Nulla sfugge dal suo processo creativo. Ogni fase è posta completamente sotto il suo controllo. La fiamma, ad esempio, non ha mai il sopravvento sulla sua idea e né tantomeno lo hanno gli eventuali acidi o diluenti che egli ritenga di dovere utilizzare. E’ persino capace di lavorare al negativo (vale a dire immaginando il segno al contrario) quando la necessità glielo richiede: come quando stende un foglio d’acetato ed opera – sul lato contrario a quello che compare alla vista – per apposizione od eliminazione di colore.Il mondo che viene fuori da questi lavori di Salvatore Comminiello, che abbiamo denominato plastics writings (proprio a porre l’accento sull’uso dei materiali sintetici da lui adoperati, ma anche ad evidenziare la delicata calligrafia che viene fuori dalle sue opere) è il mondo del cosiddetto “emergere cosmologico” (così com’è stato teorizzato dagli antropologi moderni) per il quale il tempo, lo spazio e ogni cosa appartenga al divenire dell’uomo (l’arte, la scienza, la tecnica e la conoscenza) risponde alle regole evolutive della storia il cui concetto di spartizione (per epoche e per età) assomiglia fortemente nelle tradizioni greche, indù, giudeo-cristiane e tribali del nord come del sud dell’America.                                                                                             

AL DI LA’ DEL TEMPO
Proiezioni e luoghi ulteriori nell’arte di Salvatore Comminiello
testo: Angelo Calabrese

Artista di gusto finissimo ricrea e testimonia in termini di analogie l’irrevocabile presente.
Il suo dialogo con le cose è severo, elevato, sottratto alle identificazioni immediate:l’esca dell’immaginario, il frammento riconoscibile, è solo l’indizio che coniuga l’illusione di concretezza con l’ininterrotto multiforme, con quei fermenti vitali sempre identici nella loro totalità e sempre vari nelle determinazioni del tempo che segnala il divenire dell’energia alla forma e all’orma.
Salvatore Comminiello inventa mediatori segnici suggestivamente organici alle relazioni topiche interferenti in un immaginario di sapore profetico: la parte sociale del linguaggio si rivela congeniale ad una seconda natura allusiva, allegorica, ermetica, che emerge da una ricerca le cui strategie s’intendono nell’autonomia e nell’originalità dei procedimenti.
Preciso subito che la polivalenza semantica che risponde ad una esigenza connaturata di un’interprete del mondo, troppo concreto per cedere al limbo visionario e intanto intrigato dalla poesia che accende l’impatto conoscitivo di stupore e meraviglia, traduce l’altrove, la lontananza inventata risolvendo il presente del tempo nella memoria, sicché il momento epifanico è impatto con il tempo a venire.
Ecco il senso del presente, presago del futuro della memoria, di fronte all’evidenza di un’emblematica fossilità emersa all’indagine come sopravvivenza “congelata” e come proiezione d’umanità.
Il reperto eloquente all’orizzonte conoscitivo ammicca, sollecita l’indagine, vivifica la meraviglia che ama l’altrove e la lontananza, orme improvvise nel tempo della continuità, scandali che esigono scandagli.
L’arte ha creato un evento reale: le preesistenze, portate alla luce in tangibile evidenza, denunciano all’indagine la drammaticità dell’imprevedibile che le ha sottratte al divenire.
Salvatore Comminiello è consapevole che nel tempo della continuità, nel progetto che si evolve comunque, perché tutto ciò che è fondato procede inesorabilmente, gli eventi metamorfici fanno sempre i conti con gli antefatti: con la storia non ci sono tagli netti, ma solo deviazioni, de-form-azioni, momenti in cui natura, scienza e umanità si precisano non confusi e non divisi.
Comminiello è consapevole delle problematiche del postumano, della società globale, della preistoria della scienza che s’affretta agli appuntamenti ineludibili con il tempo dell’esodo.
Se la chiara matrice della sua indagine è referenziata nel contesto delle questioni dibattute da Pollock, dall’arte pop, dalla pittura scrittura, occorre liberarle dalle molte angustie dalle “datazioni” condizionanti l’iter interpretativo, con l’ulteriore rischio della imprecisione della valutazione dell’originalità creativa.
Innanzi tutto sottolineo che Pollock avvertì tragicamente la contraddizione tra istanze comunicative e problematicità delle forme. Alla loro non efficacia la pop art risponde accettando la passiva oggettività, il circoscritto, con la rinuncia esplicita ad un linguaggio, che significa tradimento ulteriore al gesto eroico di ogni forte poeta e al guizzo illuminante della ragione che contesta la tautologia e l’immaginario de-culturato.
Nell’irruenza, all’impatto, ogni proposta d’arte merita entusiasmi e seguaci, ma nel discorso della comunicazione dove poesia, oggetto e introspezione si esplicitano in un sapore unitario di pittura e simbolizzazione, il procedimento dell’artista è già critico fin dalle prime mosse.
Vuol dire che ha preso le distanze da un equivoco massificante e consapevolmente comunica, con le scelte delle tecniche valide a conciliare ispirazione e resa dell’immaginario, specie se il superamento della superficie piana si propone per suggestive avventure plastico-cromo-segniche, la sua passione d’esserci.
E’ pur vero che la società complessa impone attraverso attraversamenti interdisciplinari anch’essi ineludibili, ma non possono mai essere dimenticate le radici culturali della terra d’origine, specie quando l’artista è pensoso interprete di segni misteriosi, custoditi chissà da dove e da quando nella Tradizione dei padri che conobbero rocce, riti protettivi, stagioni lente, incursioni feroci di una storia forse mai interpretata e fatta favola tra le altre leggende di maghi. La giostra apotropaica ruota ancora nella pittura di Comminiello con tutta la magia dell’ancestro: si è solo evoluta a dimensione universo.
Né la scelta dei materiali plastici è davvero necessitante: l’artista se ne giova perché significativa del suo tempo che inneggia all’invenzione e, alla distanza, denuncia l’uso di un materiale in apparenza docile, ma ferocemente assassino.
Cito ad esempio l’amianto: una passione per scultori di forte tempra che se ne servivano per arditi impasti e giochi plastici. Nessun artista oserebbe utilizzarlo dopo che le controindicazioni hanno di gran lunga superato il numero delle positività d’impiego.
Ogni tempo ha i suoi materiali privilegiati; se Comminiello è maestro nell’impiego delle materie plastiche, cellophan, acetati, lacche sintetiche, tutta sua è la ricerca, ma vale intanto perché gli consente di comunicare eloquentemente le sue invenzioni e combinazioni di situazioni e frammenti ideo-logico-formali.
Tra struttura, archetipo, forma primaria, geometria, verticalità, orizzonte circolare, cromatismo e interiorizzazione, Comminiello propone, una lettura profetica di eventi interconnessi tra acquisizioni e perdite, tenendo conto che la scalata è ineludibile: il gioco è tra scienza e coscienza. Tuttavia, liberato il pensiero dalle angustie del già visto estetico, perché non pensare ad altri mondi, a prelievi di lontani ammiccamenti, alle strategie del tutto torna, alla battaglia della vita che ci fa scoprire sulle cime altissime dei monti il fossile marino?
Preferisco leggere i suoi progetti-percorsi come processi di conoscenza della vita che è regola e desiderio.
La logica della verticalità e l’orizzonte concluso della rinfusa sono evidenza d’axis mundi con esito e sospensione di giudizio sull’orizzonte temuto-inevitabile: un processo che fa temere il clown dell’ultima spiaggia, ma fa poetica, e quindi estetica, la lezione dei luoghi di massima modificazione nei quali è possibile attivare il progetto.
Certo le complicazioni sono brivido d’umano sentire e le ragioni estetiche delle rinfuse sono in tutte quei trasalimenti fecondati di fantasia e sottratti alle ragioni della ragione che s’appaga della logica delle geometrie, mentre il sentimento fa semplice la complessità. Fatte salve modalità operative, ascendenze, richiami, schematismi, che alla distanza breve sono chiusure, per cui giova dissertarle, proviamo a leggere l’opera di Comminiello come un sogno al primo riposo. L’artista incontra il poeta e si ritrova tra sembianze note, tra emergenze tattili di eventi esperienziati che chiedono l’impatto con la fantasia.
Le cose, non confuse e non divise, insieme nella rinfusa d’una medesima condizione, ammiccano senza sudditanza; si propongono all’interrogativo affermando d’esistere in un mondo che appare mutato alle radici: l’anemia ed il fossile sono evidenze ulteriori di una seconda natura allegorico-ermetica. E’ l’eterno gioco della natura morta, dello scheletro che l’incubo della morte esigeva di tener presente nella fisicità attrattiva nelle forme esteriori.
Dal momento che il nostro tempo sul versante della ragione e del codice naturale comincia a capirci qualcosa, specie da quando la meccanica quantistica ha debellato cinque capisaldi della conoscenza, “quali l’oggettività, la certezza, il determinismo, la casualità e la completezza” (Simona Cerrato), è opportuno interpretare i procedimenti estetici in chiave avanzata. Spesso giovano le ri-letture e alla giusta distanza tutto si chiarifica.
Comminiello è poeta dell’identificazione allo specchio del quotidiano: è poeta dell’andare verso nel tempo dell’incertezza. Non accusa nessuno: prende atto, sospira, parla con i materiali del suo tempo dell’attimo e dell’imminenza, dell’incubo dell’afasia, nel proliferare delle comunicazioni.
Altre ere ebbero lunghe identificazioni e si connotarono con i materiali d’uso, pietra stagno, rame, bronzo, ferro, poi i passi furono più celeri, fino ai materiali plastici che fanno avvertire la lacerazione tra la realtà e l’armonia che sempre c’è nella vita, ma ignoranza e superstizione hanno difficoltà a coglierla. Ecco perché diventano importanti nuovi parametri di spostamento di pensiero: nell’attuale preistoria della scienza siamo, volenti o nolenti al capolinea: è il tempo dell’esodo? Se un batterio in un meteorite conferma che siamo nati dalla vita d’altri mondi, l’arte non può non tenerne conto: la chiaroveggenza di Salvatore Comminiello popola di fossili e invenzioni di reperti le sue opere che qualche anno fa avevano ludiche scale di Giacobbe: guai a salirle per amore di scienza senza coniugarla con le virtù cardinali; l’approdo alla chioma è doloroso.
La partenza dalle cose, tutte del mondo, tutte prodotte dall’uomo che non ha più di fronte la natura, ma se stesso, consentiva il gioco della metafora. Riflettiamo sulla condizione d’asse del mondo fatto tronco-condotto intasato. Riflettiamo sullo spazio asfittico dove l’agglomerato è d’obbligo e si fa caotico, prendiamo atto del senso della memoria nella consapevolezza dell’oggetto d’uso ed ecco che Comminiello distante, ma quanto distante dalla tautologia.
Poeta delle geometrie che contengono e si fanno teca, egli sa scoprire nella vanga tutto il grano che ha fatto civiltà, sa cogliere la magia di segni che nessun interprete saprà mai sottrarre al mistero: i suoi grovigli immaginativi vigoreggiano d’alchimia percettiva, di stupore, di metafore del senso dell’altrove, della condizione dell’assenza, delle chimere del nomadismo.
Scrive con la pittura; è vero, ma mi piace cogliere nella sua arte il sapore particolare del graffito che affiora dalla trasparenza plastica: non siamo più di fronte all’afasia del messaggio urbano soffocato dalle incalzanti successioni di sovrapposizioni e interferenze.
I suoi graffiti vengono lucidi al sentimento interpretativo, come gli intatti reperti alle mani emozionate di chi, per amore di conoscenza, varca dissigillati penetrali. Quante intuizioni arricchiscono l’opera di questo artista che sa l’oceano del tempo e la corrente che lo attraversa portando chissà dove i segni dell’uomo che sfida lo spazio eterno. Nel blu della memoria scorrono fremiti di storia, frammenti fedeli alle regole delle correnti dello stretto che, attraversate a loro volta da onde paralleli e trasversali, mescolano e trasfigurano vicende culturali di rive opposte.
Mi piace soprattutto affermare che questo artista cancella confini, procede come raccontando, inventa metamorfosi, richiama ascendenze, propone un suo codice, e sa che il mistero di natura non è più misterioso della sua concreta invenzione: la materia è fatta di mistero; basta che sia pervasa d’umano brivido ed eccola mutata, perché, mentre la tocchiamo, il pensiero è già nell’intangibile.
Mi piacciono di Comminiello le lontananze intuitive e le vicinanze tattili, gli orizzonti necessari, il cromatismo, le proiezioni, le metamorfosi del tempo in spazio architettato in forma di scrittura.
E’ innegabile, torno a sottolinearlo, che sappia mettere a profitto manufatti che rispondono ad una immediatezza sorprendente di comunicazione, con la contraddizione dell’intangibilità: l’ampolla di Ermete non consente che il respiro in essa sigillato possa venir profanato.
Le sue mappe infittite di allarmi, di segnali da scoprire, di oggetti che dominano paesaggi ossessivi, rivelano appieno il superamento dello spazio piano: la plastica è materiale eccellente per la resa tridimensionale e i materiali industriali nelle mani esperte fanno tra l’altro testimonianza d’attualità.
Non intendo con ciò dire che i materiali sono condizionanti: possono essere amati, usati e messi da parte allorché non si configurino come supporti eccellenti per comunicare contenuti che provengono dai più svariati campi del sapere e dalle istanze creative, misteriose ripeto, e sempre in transito nell’esistenza, nel divenire continuo di verità.
Salvatore Comminiello è in quel transito, tra cambiamento e comunicazione: ha nella sua visione del mondo e dentro di sé i motivi profondi che animano il suo autonomo linguaggio: in quello confluisce una marea di cose, di eventi, di pensieri, che hanno sapore di poesia.

COMMINIELLO
testo: Enzo Dall’Ara

Mai come nel presente periodo storico di transizione epocale e stata avvertita, da parte dell’artista, l’esigenza d’immergere creatività e lessico nella dimensione memoriale dell’archetipo. Le culture del passato primevo, al pari di quelle oggi considerate d’interesse etno – logico, suscitano tali fascinazioni da divenire spesso diffusa tematica d’indagine speculativa. Nel convulso e aggressivo contesto sociale d’inizio millennio, quegli antichi o “primitivi” mondi accordano alla mente proiezioni di purezza esistenziale, risolta in autenticità e chiarezza di vita. Là allignano le nostre radici e ad esse tendiamo afflati di speranza per intonare veridiche polifonie di pensiero e d’arte, consonanti con l’humus rassicurante delle origini. A tal senso appare votata l’espressione creativa di Salvatore Comminiello, artista lucano dal raffinato estro poetico, che affonda la sua ricerca nella simbologia inconsunta di civiltà trascorse, avvinte alla sublimazione grafica e iconica di una realtà terrena elevata ad ambiti cosmici. Presente all’Artestudio Sumithra di Ravenna con la personale Plastic writing, l’autore sembra voler estrapolare ”isole” metaforiche di memorie annose, per diffonderle nel mare cromatico della contemporaneità.
 Mirabile conoscitore degli effetti visivi e dialettici indotti dal reperto o dal frammento, egli struttura opere che, giostrate sul crinale della figurazione e dell’astrazione, coniuga interventi aggettanti con superfici fortemente timbriche o sobriamente monotonali. La sua ”scrittura plastica” esplicita, invero, la positiva percezione del ricordo antropologico in un’accattivante risoluzione geometrica che trova sorgenti estetiche nelle affermazioni di un “concretismo” attivato sugli eleganti ritmi della materia – colore, della materia-luce. L’ampio utilizzo di lacche, di acetato, di cellophane, in euritmica simbiosi coloristica, suggerisce quella modernità d’intento espressivo indotta da efficaci ”contaminazioni” e ”commistioni” di materiali, estrinsecanti l’eclettica poliedricità della vita odierna. La combinazione di elementi diversificati immette, infatti, nell’affermativa dichiarazione di una realtà variegata che alla tecnologia affida l’anima di un caustico sviluppo.
 Ma l’arte di Salvatore Comminiello esonda in una componente magica e ancestrale che emerge dal connubio di forme ed elementi ondivaghi, evocativi di una formulazione linguistica attestata su un dinamismo narrativo arrestato e solidificato in apparenti quanto incisive risonanze naturali, liriche e marmoree. D’improvviso, affiorano pure echi della lezione di Burri, anche se la traduzione iconica viene qui levigata da un percorso artistico che rimanda alla raffinatezza sintetica di grafemi intrisi dell’eloquenza del segno: un segno evidenziato dalla meditazione cromatica di scansioni spaziali assonanti al tempo definito dell’azione oggettivata e a quello indefinito del pensiero universale.

SALVATORE COMMINIELLO
testo: Giuseppe De Vita

.Le forme reali si sono dissolte in simboli. Restano dei frammenti fossilizzati del reale che assumono valore di simbolo su cui si innestano grafi che rimandano ad arcaiche scritture per giungere alle radici delle più ancestrali espressioni umane; avverti di possederne la capacità di lettura, di decifrarne il significato semplicemente scavando nel proprio Dna. Ti affascinano, ti sorprendono, le trovi familiari senza un motivo immediatamente decifrabile e non ti stanchi di abbandonarti al loro magnetismo.
 Le superfici traslucide di materiale plastico variamente assemblate diventano lo schermo intimo su cui l’artista ha catturato linguaggi remoti che possiede in virtù di sintesi simboliche quanto sconosciute, consegnandoci una sorta di codici per decifrare poetiche che rimandano all’essenza delle cose, della natura, dei pensieri più intimi.
Sia che rimandi a simboli che vogliono riferirsi alla terra, al mare, al cielo e, comunque, alle radici dell’uomo, agli elementi. Per questo la pittura, la ricerca, il lavoro di Comminiello sorprende e lancia interrogativi allo spettatore, senza sopraffarlo o spaventarlo, semplicemente fornendogli uno strumento in più di lettura del proprio passato profondo e del suo destino, che è il pensiero, il proprio pensiero, che è anche accumulo del pensiero collettivo.
…Affiorano i simboli più forti della propria terra, della propria estrazione, ma si caricano di valenza universale data la loro elementarità: l’albero, la conchiglia, l’attrezzo di civiltà contadina, la lucertola, il coccio, ma su questi nuclei –simbolo sono costruite composizioni che rimandano a scenari e suggestioni che comunicano con le acquisizioni delle diverse culture e delle singole coscienze, diventando un approdo e un ristoro per la mente.
Nella ricerca grafo-pittorica di Comminiello il colore è trattato non già come un tessuto su cui costruire il messaggio, piuttosto diventa la nota distintiva del messaggio che informa e sconvolge il tuffo, ora come elemento centrale, da cui parte l’azione, ora come inviluppo intorno ad un elemento di purezza o intorno a un segno indecifrabile ma caricato di significati ancestrali ed elementari; a volte il nucleo è composto da più simboli che dialogano e si rafforzano o si scontrano creando una tensione che sostiene l’opera e la fa vivere.

 SEMPLICE COME UN TEMPORALE
Testo: Anna R.G. Rivelli

    Una cifra personale  e inconfondibile è il filo di Arianna che da oltre trent’anni consente all’artista Comminiello di avventurarsi negli insidiosi labirinti della sperimentazione senza fermarsi e senza allontanarsi da se stesso. Il suo percorso, infatti, non conosce soste, ma il suo andare avanti non è mai negazione o ripensamento del passato, piuttosto è un dialogo continuo con quel mondo che, come scriveva il filosofo Albert Camus, se fosse chiaro non consentirebbe all’arte di esistere. Ed è proprio il mondo, con il cumulo delle sue infinite contraddizioni, che tormenta l’artista e, contemporaneamente, lo esorta al cammino, disseminandogli  la via di dubbi e di ansie come tracce di possibili mete dell’umanità. Ed è per questo che da quella sorta di caos primigenio, che qualche anno fa esplodeva nelle opere di Comminiello con una gremitissima raffigurazione spesso circoscritta in forme quasi uterine, oggi si fa spazio e si libera un racconto di intensa e filosofica sacralità del quale è elemento propulsore l’ambigua informalità di certi sfondi.

     Una simbologia a tratti sibillina, a tratti così palese da farsi fabula, occupa perennemente il proscenio nell’opera di Comminiello e svela la complicata semplicità dell’esistenza, il nascere spontaneo della vita, il dominio del tempo, lo stupor delle creature perse nell’infinito. Il seme, la clessidra, la pietra, le isole orfane di una pangea e ancora alla ricerca del proprio posto nell’universo, l’onda di una piena che rapisce e seppellendo salva, l’ichthus, sono elementi base di questa narrazione  e continuamente mediano la disputa tra umano e divino, tra cuore e ragione.
E l’artista Comminiello, avvertendo la limitatezza della propria condizione di uomo di fronte alla grandiosità della creazione e la pochezza delle sue parole così insufficienti ad esprimerne il senso, si danna nella ricerca di qualsiasi accento che sia capace di rendere plastica la passione che arde nel suo interrogarsi perpetuo. Le sue opere, grazie ad una elaborazione tecnica originale e suggestiva, appaiono come in uno stato di continua metamorfosi, ora gonfiandosi, ora scavandosi, cosicché le tre dimensioni si rincorrono, si piegano, si tradiscono.
Le tramature accurate, i tocchi d’oro non riescono a volte a trattenere la fuga di elementi in rilievo che sembrano volersi sottrarre all’apparente silenzio del fondo per impossessarsi di ogni vibrazione di luce; altre volte la proiezione è verso l’“interiorità” dell’intaglio che è come uno scavo alla ricerca di sé dentro sé.
La contrapposizione di superfici ora lucide, brillanti e geometricamente strutturate, ora scabre e popolate di segni, a tratti quasi miniate, traduce in maniera quanto mai immediata la tormentata ispirazione dell’artista che sussurra il suo verbo nella pacatezza di un colore che improvvisamente si fa urlo nella solennità del nero, nel rosso divino che, assumendo l’atemporalità dell’oro, sferza i confini del qui e ora e si fa eterno. Il tutto senza retorica, senza ridondanza, piuttosto con quella semplicità che in natura  sa essere spettacolo, turbamento, spavento; come in un temporale che è ombra e tremore, luce e vita.

COMMINIELLO
Testo: Aniello Ertico

Ho incontrato Salvatore Comminiello e mi è parso da subito innocente; poi ho capito che lo era per davvero.
Chi, recensendo opere, si dimena nel tentativo di attribuire a esse un ruolo decisivo nel dibattito culturale contemporaneo, scopre presto quanto sia ineludibilmente scivoloso il sentiero (peraltro recentemente affollatissimo da avventori sprovveduti). Nessuna analisi che parta dall’opera può consentire un approdo diretto al cuore delle questioni che regolano la definizione di arte. Definizione che, a tutt’oggi, è ben lungi dall’essere confezionata. Ancor meno credibile è l’analisi che, addirittura, vorrebbe desumere l’attitudine di questa o di quell’opera d’arte contemporanea al produrre una qualche emozione. Quando accade che un’opera emozioni, lo fa senza necessità di approccio critico/analitico.
Al più, l’analisi e la presentazione delle opere d’arte è prassi assai utile a presentarci   l’artista nella sua struttura emotiva/psichica/cognitiva, secondo il principio per cui a nessuno è dato di esprimere ciò che, per affermazione o negazione, non sia già in se stesso. Qualunque creazione ha necessariamente il crisma autobiografico poiché esprime il “Sé” proprio del creatore. La questione critica, pertanto, indaga più la rilevanza di questo “Sé” tentando di accertare anche l’efficacia con cui è avvenuta la sua traduzione in opera d’arte (qualcuno ancora parla di padronanza tecnica).
Anche il tentativo di essere “innovatore” in arte   è spesso suggerito più dalla smania di rompere il recinto in cui confrontarsi con le grandi esperienze del passato che non dalla pulsione di una evoluzione onesta e matura, ossia quale intuizione adottata necessariamente per una più autentica espressione di quel “Sé” rilevante.
In sostanza, mi pare, che l’arte si salvi da se stessa quando c’è, indipendentemente dalle cifre con cui si esprime ed anche da qualsivoglia velleità di contribuzione consapevole al dibattito culturale. Esiste e si salva in rapporto a quanto esiste l’artista.
Quando non si salva, è perché esiste grave colpa, ovvero l’idealizzazione gratuita di una gestualità creativa o anche solo artigiana, orfana della sola vera e necessaria componente emotiva che deve muovere l’artista: l’inevitabilità dell’atto creativo quale pulsione necessaria a raccontare qualcosa.
Ora, l’accusa principale che si può rivolgere ad un artista è quella della devozione a se stesso. L’accusa secondaria è la devozione ad altri. Se nel secondo caso, trattandosi di mera ingenuità (nessuno è degno della devozione altrui) si può invocare clemenza, nel primo caso ci si guadagna il diritto all’immediata iscrizione alla long list del patetico.
Salvatore Comminiello è innocente!
Lo presentiamo per il “Sé” rilevante che esprime nelle sue opere, per la naturalezza con cui riserva il sentimento di devozione solo a Dio. Per tutti gli altri ha in serbo dolcezza.
Presentiamo le sue opere che sono preghiere, versetti soggettivi di dialogo lungo il proprio viaggio.
Ogni sua opera/preghiera diventa l’ambito in cui l’artista/uomo , nella sua interezza, ragione inclusa, conia ed assume le scelte, accetta l’inevitabile,   addomestica le sue delusioni , denuncia la sua provvisorietà, prendendo cura della ritualità necessaria a convocare ogni neurone insieme ad ogni refluo di spirito, ad ogni pulsione dei sensi,   pur di garantire l’unità di sé a sé nell’esercizio della propria esistenza.
A ben pensarci, le opere di Comminiello sono assai oneste proprio perché celebrano inni alla straordinaria ordinarietà   della vita di un uomo che si affida, rendendo grazie per   aver ricevuto il dono del feeling con la propria esistenza.
Dopo tutto, mi sembra, l’arte di Comminiello ci indica come sia la vita stessa la nostra più fedele compagna. Lui ne sigilla i segni, li protegge e li esalta, accusa il disagio del dono ricevuto e pregando si accorge di essere ancora in debito, così, anziché chiedere, preparare la tavola successiva.
Tributi? No, distrazioni dal “Sé” inutile e ricongiungimento al “Sé” rilevante in cui la capacità creativa diventa supplemento di grazia ad una già appagante condizione dell’essere umano.
Rivoluzionario nel tempo in cui le persone trovano nella laicità il solo strumento per rinnovare un’innocenza smarrita.

 

Frammenti di un mandala: l’universo in divenire di Salvatore Comminiello
Testo: Melanie Zefferino

Esagoni, riquadri, tondi, croci, X e altro ancora: le alchimie visive di Salvatore Comminiello parrebbero scaturire da un processo di scomposizione e ricombinazione, tanto ideale quanto formale, di segni e simboli che racchiudono in sé memorie sensoriali, esperienziali e cognitive. Questi elementi di matrice esistenziale sono percepiti come morfemi o grafemi di un linguaggio simbolico con cui l’autore traduce in arte, attraverso l’azione, il proprio élan vital.
Osservando Pollicino, Un passo alla volta e Passi dimenticati, immagino l’uomo e l’artista, bambino di ieri, salire e scendere le gradinate della sua “città verticale”. In questo suo percorrere le cento scale che dal borgo antico di Potenza sembrano condurre al cielo, chissà quante volte ha sparso e raccolto i semi di zucca di un Mediterraneo magico per poi violare l’oblio che avvolge i vicoli in cui si cela un limine fra presente e passato, oriente e occidente, spirito e materia ovvero Anima e corpo. Attraverso il suo estro creativo Comminiello replica questa sorta di limbo giocando con i simboli propri di diverse culture, così come delle religioni animiste, giudaico-cristiane e orientali, e riproponendoli in inedite aggregazioni o ibridazioni visive per dar vita a nuovi paradigmi.
Questo suo fare si relaziona alla riflessione teorica di Victor Witter Turner sull’aspetto performativo della creatività quale chiave di accesso al “liminale”, la cui essenza consiste nella “scomposizione della cultura nei suoi fattori costitutivi e nella ricomposizione libera o ‘ludica’ dei medesimi in altra configurazione possibile, per quanto bizzarra” (vedi Process, Performance, and Pilgrimage: A Study in Comparative Symbology, 1979, p. 21).

Un simile processo si ritrova nel lavoro pittorico post-Informale di Mario Schifano, in particolare nelle pitture in cui si evince la ripresa di segni elementari ed evocativi. Con questo maestro del Novecento Comminiello ha in comune anche la sperimentazione di tecniche e materiali plastici inusuali (cellophane, plexiglass, schiume poliuretaniche e altro ancora) per ottenere effetti inattesi costellando di segni e simboli gli spazi cromatici in cui tutto muta, all’apparenza.
Rino Cardone ha definito plastic writings (scritture plastiche) alcune opere di Comminiello nelle quali l’uso delle pellicole d’acetato e delle lacche di sintesi parrebbe essere finalizzato alla costruzione di una rappresentazione fatta di trame grafiche e orditi cromatici. In Pietra scritta, Parole di pietra, Non c’è spazio per la morte e altri lavori si estrinseca, in una texture di linee e forme, la “scrittura” misteriosa dell’artista su sfondi astratti, talvolta pervasi dalla magia del colore o animati da creature che evocano i miti, ad esempio il Pavone, uccello sacro a Hera. Invero, la “scrittura” di Comminiello è un linguaggio artistico che, con l’ineffabilità di un Segno magico, restituisce l’idea di un universo sospeso fra sogno e realtà. Cardone l’ha relazionato all’arte di Mark Tobey, astratta eppure mistica e foriera delle suggestioni delle calligrafie dell’Asia.
Si stagliano in un deserto o in un mare cinabro le Terre lontane di Comminiello, mappate alla stregua dei regni esplorati da Marco Polo sulla via della seta passando per il Medi Oriente – con le sue lampade incastonate nei mihrāb stilizzati dei tappeti da preghiera, frammenti dei quali parrebbero fluttuare in Immenso rosso. Guardando a quest’opera sovvengono alla mente gli studi   di Carl Gustav Jung sui mandala e le riflessioni che ne derivarono intorno alla produzione di simboli quale esito della funzione trascendente della psiche. Simboli che sono intelligibili poiché frutto di un inconscio individuale indissolubilmente legato a un inconscio collettivo che si esprime negli archetipi (vedi Libro Rosso, 1913; e Tipi Psicologici, 1921). Questo spiegherebbe il forte impatto emozionale dell’opera di Salvatore Comminiello.
Nell’universo immaginifico di questo artista, fatto di una moltitudine rimandi semiotici alla stregua dell’architettura di Antoni Gaudì, risuona l’eco della cristianità, come si può facilmente intuire in Settima stazione e Rosario. Altrettanto chiara è la componente esoterica che vi si innesta attraverso la geometria sacra, esempio ne sia la X –   simbolo del sacrificio nelle rune, ma anche dei quattro elementi entro la stella di David – ricorrente in Ora cruciale e Il vento. Altro esempio eclatante è l’esagono regolare, o fiore della vita, presente in Mistico e reiterato in Albero della vita. Entrambi questi simboli, ereditati dalla kabbalah, ma anche la croce templare e l’esagono entro un cerchio che è metafora dell’infinito – tanto in occidente quanto nei mandala d’oriente – sono scolpiti nella pietra fra le colonne dell’Incompiuta basilica di Venosa, secolare scrigno di memoria da cui Salvatore Comminiello ha certamente attinto per far sbocciare la poliedricità semantica che contraddistingue la sua produzione artistica.
Alla luce di del fil rouge che lega l’artista alla straordinaria eredità culturale della Basilicata assumono allora un’aura particolare le Correspondances di Charles Baudelaire (da Les fleurs du mal, 1857):

La Natura è un tempio in cui viventi colonne
lasciano talvolta sfuggire confuse parole;
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che l’osservano con sguardi familiari.
Come lunghi echi che in lontananza si confondono
in una tenebrosa e profonda unità,
vasta come la notte e il chiarore del giorno,
profumi, colori e suoni si rispondono.

Colori e suoni si corrispondono ne Il mare nella tua voce – opera d’impronta kandinskiana con cui Comminiello relaziona le arti visive e performative in una composizione “cromatica” che accende la fantasia. Il nero fra due riquadri rosa con craquelure sopra lo sfondo indistinto di questo lavoro parrebbe evocare il lato oscuro di Odisseo e il canto ammaliante delle sirene celebrato da Omero ma anche il timbro di una voce amata, forse perduta e rimpianta, nel viaggio alla ricerca del Sé che l’arte ci invita a intraprendere. L’arte di Salvatore Comminiello, con le sue “costellazioni” di segni e simboli, offre antichi e nuovi “punti di riferimento” per orientarci in un mondo ancora da scoprire.

Ancora Sigilli di Segni. Il Negato, il Socchiuso e l’Avverso.
testo:Merisabell Calitri

 Segno è da sempre portatore di contenuto, così come la forma, come il contorno, come il contenitore. La linea delle cose è segno. Ciò che si dice è segno espresso in verbo. Il cibo è segno. È segno la luce. La pietra. Il burrone. L’infinito è segno di quel che non c’è. Preambolo d’aria e di cose delle quali non ci è dato sapere. Il Sigillo è un timbro, un incontro.
Sancire ciò che non c’è: Salvatore Comminiello e la sua arte impura e purissima, patteggiano con l’infinito, con il recondito. Un accordo di pancia con l’istinto, un effettivo ed efficace dialogo con l’inconscio per arrivare al nocciolo duro delle cose.
Un simbolo altro non è che un segno rivelato. Seppur svelarlo sia la missione, l’ambizione, l’intenzione di ogni curioso percettore che vorrà proporsi una via impervia per scalare il monte.
E quindi un dittico chiamato “Controra”, un altro simbolo, un rapporto stretto con l’opera di Video Art di Aniello Ertico, la sua concretizzazione in firmamento. Un sigillo appunto. Simbolo da apporre ancora, di nuovo a quell’ora che non c’è, dove i bimbi ed i padri fanno la nanna per sfuggire ai giochi, i primi, i secondi al sudore, dove le madri non sono più donne ma cucitrici, e le fanciulle non più femmine ma prigioniere. Un dittico, due ante di porta, due strumenti di ingresso per un unico accesso. E quale? Alcuno. O La ragione. Perché alla razionalità di accede per sigilli di segni, per accordi di pancia e di senso, esplicativi di nulla ma custodi di tanti non esplicabili accordi. Comminiello, artista ma anche professionista nella grafica, accorda le sue passioni.
Agisce da stratega ed arriva diretto, per la via più breve, all’anima di chi osserva, comunicando un immediato e sentito contenuto spirituale che sancisce l’accordo dell’uomo con l’arte e dell’arte con la luce. Il simbolo è squarcio, poi è foro. È rilievo scuro e bianchissimo, taglio in profondità o superficialissima assenza.
“Mi accorsi del segno quando vi trovai l’enigma, poi giunsi alla porta e lì mi arrestai. Era controra. Le cicale urlavano la loro lotta al cielo ed io invocavo il non detto, affinché giungesse a me per implorarmi di gridare più forte.

Fu sigillo di attimi.
Era l’ora che non c’è.

La chiamai Controra perché in quel tempo sospeso tra il giorno e la sera, tra l’ombra e la luce, tra il bianco ed il nero, tra le due ante del dittico, tutto può accadere. E quello fu simbolo.
Poi vi apposi, lì dove la mano si poggia per spostare la materia affinchè il corpo inceda, due segni. Simboli anch’essi. Ma sigilli.
Allora non urlai più, tacquero anche le cicale e la formica stoppò la sua ossessione alla fretta.
Rimase la luce della non ora, restò il vuoto nel non tempo, in quella terra senza serragli, di porte socchiuse, ove la chiave altro non è che lo spiraglio di fiato che mi separa dall’oltre.
Fu così che inspirai, entrai, sigillai il patto con il Negato, socchiusi il Socchiuso, e fui unito, amandolo, all’Avverso.”

 

 

 

 

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